La resilienza del settore del caffè richiede tutele economiche per chi lo coltiva
Per essere resilienti ai problemi principali che riguardano il settore del caffè – adattamento climatico, agroecologia, approvvigionamento a deforestazione zero – spesso si sorvolano gli aspetti economici che rendono possibile qualsiasi progresso, scrive Colleen Anunu, Senior Advisor per il settore del caffè a Fairtrade International.
Negli ultimi anni la parola «resilienza» è stata al centro di innumerevoli dibattiti nel mondo del caffè. Dai meeting dell'Organizzazione Internazionale del caffè alle assemblee della Piattaforma globale del Caffè, fino alle conferenze di World of Coffee, questi confronti si sono concentrati su come garantire le forniture a lungo termine in un contesto di cambiamento climatico e instabilità geopolitica, senza distruggere le ultime foreste del pianeta, impoverire i suoli e calpestare i diritti umani.
Alla radice di questo problema complesso c'è la consapevolezza che chi coltiva il caffè non solo è meno resiliente rispetto ai propri partner commerciali – ovvero ha una minore capacità di assorbire e superare le crisi improvvise – quando i sistemi agricoli e le filiere entrano in sofferenza, ma ha anche meno probabilità di adottare pratiche in grado di favorire la resilienza a lungo termine, a causa dei rischi immediati che dovrebbe assumersi nel breve periodo.
Il finanziamento della transizione verso l'agroecologia o l'agricoltura rigenerativa è attualmente in cima alla lista della dirigenza del settore pubblico e privato. Si parla molto meno, invece, delle soluzioni economiche integrate nelle filiere stesse, come la protezione dei prezzi e pratiche d'acquisto eque, anch'esse indispensabili per rendere possibile il cambiamento.
Osservando oggi il mercato del caffè, si potrebbe dedurre che tutelare i prezzi per chi coltiva sia irrilevante, ma in realtà non è affatto così.
Come dimostra chiaramente il Coffee Barometer 2026, il recente rialzo del mercato del caffè verso i massimi storici non è stato il frutto di una correzione attesa da tempo, bensì la dimostrazione di investimenti che non ci sono stati, di uno sfruttamento eccessivo delle risorse e di una vulnerabilità deliberatamente scaricata sull'anello più debole della catena.
Quando la natura ciclica del mercato si scontra con fenomeni meteorologici sempre più imprevedibili, sono a rischio le condizioni di vita di decine di milioni di persone. Tutto questo non è certo il segnale di un sistema resiliente.
È giunto il momento di riconoscere che il mercato non “si aggiusterà da solo” senza travolgerci tutti. Forse l'unico momento in cui le grandi torrefazioni e i partner commerciali considerano i produttori agricoli come partner paritari è quando si aspettano che assorbano sia gli shock finanziari legati alla volatilità dei mercati, sia il rialzo dei costi di produzione, sia l’impatto delle nuove normative di settore.
I grandi attori dell'industria del caffè hanno speso anni e ingenti budget per convincere l'opinione pubblica che coprire i costi di produzione dei coltivatori fosse troppo costoso e persino dannoso per i loro affari, pur sapendo bene, dietro le quinte, che il tempo a disposizione stava per scadere.
Queste aziende di torrefazione definiscono il proprio caffè “da approvvigionamento responsabile”, compensando prezzi insostenibilmente bassi con investimenti per la tutela del territorio, pur essendo ben consapevoli che servirebbe invece un approccio integrato, che sommi l'impegno sul territorio a prezzi giusti.
Per quasi trent'anni, il settore dei caffè di alta qualità (specialty coffee) si è basato sul falso presupposto che il pagamento di premi di qualità garantisse condizioni di vita sostenibili, mentre in realtà questi importi coprivano prevalentemente le spese aggiuntive legate alla manodopera aggiuntiva, alle competenze specialistiche e ai tassi di interesse accumulati.
Chi conosce davvero il mondo del caffè sa che alcune delle micro-regioni più ambite per i campionati mondiali dei baristi soffrono di spopolamento, violazioni dei diritti dei lavoratori e insicurezza alimentare, perché la nicchia dello specialty coffee non vive in un mondo a sé. Al contrario, trae vantaggio dall'essere stata costruita sulle spalle di un'industria del caffè in crisi.
La resilienza del settore richiede la garanzia del reddito. Senza se e senza ma. In assenza di politiche pubbliche e di mercati regolamentati, il settore del caffè deve fare affidamento su misure volontarie per evitare che i redditi evaporino quando i prezzi crollano o che i raccolti vadano male. Ed è proprio qui che interviene Fairtrade.
Il Prezzo Minimo Fairtrade è l'unico intervento esistente di fissazione del prezzo basato su dati empirici per offrire una rete di salvataggio alle cooperative quando i mercati crollano. Per anni ha fatto esattamente questo: ha tutelato i produttori agricoli durante prolungati periodi di prezzi insostenibilmente bassi, aiutando a coprire i costi di produzione e consentendo investimenti continui nelle aziende agricole e nelle cooperative di proprietà delle comunità.
A dicembre 2026 entreranno in vigore i nuovi Prezzi Minimi Fairtrade per il caffè, aggiornati sulla base delle ultime ricerche sui costi di produzione e sulle condizioni di mercato.
Inoltre, il Premio Fairtrade – obbligatorio e non soggetto a trattativa – sostiene investimenti autonomi e gestiti a livello locale, permettendo alle cooperative di ammodernare le proprie attività, avviare la transizione delle aziende agricole verso pratiche agroecologiche e migliorare il benessere della comunità.
I Prezzi di Riferimento per un Reddito Dignitoso Fairtrade rappresentano un altro modo di strutturare una rete di protezione economica, che va oltre i costi medi di produzione e mira a colmare il divario reddituale. Circa l'80% del caffè mondiale è prodotto dal lavoro familiare di 12,5 milioni di piccole aziende agricole.
I Prezzi di Riferimento per un Reddito Dignitoso sono parametri di riferimento locali che quantificano il costo reale della produzione del caffè garantendo al contempo un tenore di vita dignitoso alle famiglie agricole; essi tengono conto dei costi di produzione, di rese realistiche, della dimensione sostenibile dei terreni e delle spese di sostentamento del nucleo familiare.
Una protezione dei prezzi credibile non è un ostacolo all'efficienza dei mercati, ma costituisce il fondamento stesso di un mercato resiliente. Non dovrebbe essere considerata una proposta troppo radicale: qualsiasi impresa sa bene che le aziende fornitrici devono poter coprire i propri costi per restare sul mercato, e l'agricoltura non dovrebbe fare eccezione.
Parametri basati su evidenze concrete possono aiutare le aziende, chi commercia e chi prende le decisioni a livello politicoi ad allineare le pratiche d'acquisto e ad accompagnare la transizione dell'intero sistema agricolo. Le imprese che vogliono filiere resilienti devono andare oltre il semplice rispetto delle norme e affrontare un interrogativo molto più profondo: oggi, le persone che producono le loro materie prime possono permettersi di continuare a farlo?
Questo articolo è stato pubblicato originariamente su World Coffee Portal.